La notte del 28 Giugno del 1969, davanti al gay bar “Stonewall Inn” di Christopher Street, New York, circa 2000 persone si ribellarono dopo l’ennesima retata del corpo di polizia. Quello fu il primo di una serie di scontri notturni che continuarono fino al 2 luglio e che passarono alla storia come “I moti di Stonewall”. La rivolta portò alla nascita del Gay Liberation Front (GLF) e il 28 Giugno dell’anno seguente New York accolse un corteo commemorativo al quale parteciparono più di 10.000 persone. La community LGBTQ+ ne celebra ancora oggi l’importanza lungo il mese di Giugno, attraverso l’iniziativa del Pride Month.

I fatti di Stonewall non sono che l’apice di una lunga storia di discriminazione e violenza da parte della società nei confronti degli omosessuali; atti di violenza fisica e morale largamente tollerati, se non propriamente regolati da una serie di leggi improntate all’emarginazione di gay, lesbiche e drag queens.

Uno fra tutti il caso del 1969, in cui era ancora illegale vendere alcolici a gruppi di tre o più omosessuali. Ciò implicava che la maggior parte dei locali gay fosse gestito dalla criminalità organizzata, che procurava l’alcol permettendone la vendita senza licenza. Travestiti e lesbiche – allora chiamate drag kings – venivano arrestati con l’accusa di “indecenza”: era obbligatorio che uomini e donne indossassero almeno tre capi d’abbigliamento “gender appropiate”, ovvero concordi al proprio sesso biologico. Infine, seppure in declino, era ancora in uso tra i membri della polizia la pratica dell’Entrapment, che consisteva nell’adescare un omosessuale per strada per poi procedere al pestaggio e all’arresto del malcapitato.

Chi frequentava Christopher Street e il Greenwich Village, cuore pulsante della community newyorkese, era abituato ai raid della polizia e, soprattutto, alla violenza che questa esercitava.

Nonostante il clima di oppressione, a New York avevano preso vita alcuni movimenti omofili che promuovevano l’emancipazione gay, come il “sip in” (ripreso da “sit in”), un’iniziativa promossa della Mattachine Society contro la State Liquor Authority a partire dal 1966, o lo slogan “Gay Power”, che si diffuse sulla scia dell’omonimo “Black Power” e della lotta per le minoranze. Tali iniziative garantirono la generale diffusione dell’idea che non dovessero essere i gay ad integrarsi nella società, ma che fosse quest’ultima a necessitare di un radicale cambiamento.

Lo Stonewall era uno dei locali “deviati” più frequentati di Christopher Street. Oltre ai già citati legami con la criminalità organizzata, forniva go-go boys (ballerini con abiti succinti) come intrattenimento per i clienti, rendendo le irruzioni della polizia molto frequenti.

Durante le retate, le persone all’interno del locale venivano divise in tre gruppi: gay, lesbiche e travestiti. La polizia controllava loro i documenti e, in caso di vestiario non conforme al proprio genere, arrestava e insultava i “colpevoli” e chiunque protestasse.

Gli agenti, poi, provvedevano a requisire l’alcol e a chiudere temporaneamente il bar, il quale, nel giro di un’ora, procurava altri alcolici e riprendeva le attività; ai presenti non restava che aspettare in silenzio.

Il 28 giugno 1969 le cose andarono diversamente e la polizia non riuscì a contenere la situazione. In quell’occasione, la retata si svolse ad un orario molto più tardo del solito, all’1:20 del mattino.

La polizia tentò di arrestare una donna lesbica, la drag king Stormé DeLarverie, colpendola sulla nuca e ammanettandola, ma lei, con il volto insanguinato, incitò la folla a reagire. Subito dopo, una drag queen di nome Sylvia Rivera, attivista transgender e icona del movimento LGBTQ+, lanciò una bottiglia di vetro contro un agente, segnando così l’inizio della Rivoluzione. In un attimo tutta Christopher Street si radunò fuori dallo Stonewall: durante la notte, furono circa 2000 i manifestanti e 400 i poliziotti coinvolti nello scontro.

La rabbia dei protestanti era tale che le persone aggredite e ferite continuavano a rialzarsi, tornando a combattere. Nessuno scappava perché, come testimoniò nel 2000 Rivera:

“Non ci fregava niente di morire, volevamo lottare per ciò in cui credevamo: era la nostra serata” .

(intervista del 28 giugno 2000, in occasione del World Pride a Roma)

Gli agenti, realizzato il pericolo, si barricarono all’interno dello Stonewall Inn insieme ad alcuni soggetti arrestati precedentemente. A quel punto i manifestanti cercarono di appiccare fuoco al locale e tentarono di sfondare l’entrata con un parchimetro. Un gruppo di drag queens iniziò a contrastare le file di agenti cantando “siamo le ragazze dello Stonewall”.

La situazione ritornò sotto controllo dopo l’arrivo delle squadre antisommossa, attorno alle 4:00 del mattino.La folla si ripresentò la notte seguente e gli scontri proseguirono fino al 2 luglio.Nelle settimane successive, lo Stonewall – o ciò che ne rimaneva – cessò l’attività e venne riaperto solo nel 1990.

Il 28 giugno 1970, a New York, venne organizzata una marcia, in occasione del Christopher Street Liberation Day, successivamente passata alla storia come il primo Gay Pride.

Conoscere la vicenda di Stonewall non significa solo raccontare la nascita del Pride, quanto piuttosto fornire gli strumenti che consentano di comprenderne l’importanza. I moti nel Village sono stati la miccia che ha scatenato la rabbia dei suoi abitanti, dando loro la forza di opporsi agli abusi e alle discriminazioni. Di fronte ad una società etero-normata e omertosa, la rivolta di Stonewall ha celebrato e rivendicato l’ostentazione della propria identità con coraggio e prepotenza. Partecipare al Pride oggi significa ancora, prima di tutto, affermare la propria esistenza e rivendicare il diritto di viverla liberamente.


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