Gli anni ’80 in Italia segnarono un decennio in cui temi e questioni di argomento omosessuale fuoriuscirono lentamente dal circuito marginale proprio del “mondo gay”, iniziando a rivolgersi a un pubblico più ampio, non sempre pronto ad ascoltare e appoggiare le necessità di gruppi di persone che nell’immaginario collettivo venivano valutate con pregiudizio, in quanto affette dal cosiddetto “vizio innominabile”.

Furono anni di svolta e di buoni propositi, durante i quali vennero fondate nuove realtà associative quali l’Arcigay e il Cassero, punti di riferimento fondamentali per i gruppi gay italiani, di cui vale la pena ripercorrere la storia e ricordarne il valore.

Le città che rappresentarono il centro propulsore della ventata di cambiamento che si stava alzando in quei tempi furono Palermo e Bologna: due microcosmi culturali e sociali diversi, ma che ebbero il pregio di godere della presenza di figure audaci, energiche e intraprendenti, in grado di agire e lottare in favore dei diritti civili, anche per le persone omosessuali.

Palermo fu la città in cui, il 22 maggio 1981, venne fondata legalmente l’associazione Arci-Gay: l’artefice di tutto fu un “uomo di chiesa”, Don Marco Bisceglia. Sembra strano, quasi ossimorico, che proprio un prete sia ricordato come il fondatore di un’associazione strettamente legata all’universo omosessuale; analizzandone più dettagliatamente la figura, le scelte di vita e i punti salienti della sua carriera, comunque, la prospettiva cambia radicalmente e, con essa, cessa ogni potenziale pregiudizio.

Don Marco Bisceglia

Don Bisceglia (1925- 2001), parroco della chiesa di Lavello (PZ) dal 1963, ebbe una vita intensa e particolare, che, come scrisse Rocco Pezzano nel libro “Troppo amore ti ucciderà”, sembrò potersi declinare in tre vite, in virtù dei profondi cambiamenti cui andò incontro e le complesse contraddizioni che ne seguirono.

Dai suoi contemporanei e dalla stampa fu denominato prete del dissenso, “don Mazzi del Sud”, un comunista, un anticonformista: non si legò mai dichiaratamente a un partito politico, seppure fossero evidenti le sue simpatie verso la sinistra; appoggiò proteste, scioperi, occupazioni di operai e contadini; non instaurò buoni rapporti con l’istituzione ecclesiastica e la Democrazia Cristiana.

In quanto figura spesso considerata scomoda e fuori dal comune, attirò molta attenzione su di sé e si procurò numerosi detrattori, tra cui il vescovo della sua diocesi, che mise più volte in discussione la sua condotta, e gli esponenti di destra, che lo resero vittima di un clamoroso scandalo nel 1975, tale da costargli la sospensione a divinis.

Già nell’occhio del ciclone per aver appoggiato a spada tratta una protesta popolare, Bisceglia, nel 1975, fu protagonista di una notizia che fece scalpore, soprattutto tra i ranghi della Chiesa cattolica: il primo matrimonio gay celebrato da un sacerdote italiano.

Il fatto in questione era legato al giorno in cui due giornalisti del quotidiano di destra “Il Borghese” si recarono da lui e, fingendosi omosessuali, chiesero che celebrasse per loro un “matrimonio di coscienza”. Bisceglia, contando sull’aspetto privato del rito, si limitò a benedire la loro unione, alimentando così le ambizioni “machiavelliche” della presunta coppia omosessuale: l’obiettivo dei due giornalisti era quello di eliminare dai giochi un sacerdote che troppo spesso si era distinto per le sue idee radicali. L’articolo che venne pubblicato in seguito, fortemente maneggiato nel contenuto, riportò di un matrimonio che in realtà non fu mai celebrato, ma che determinò irrevocabilmente gli esiti della propria carriera: da quel giorno Bisceglia, infatti, pur querelando, senza successo, gli autori della sua rovina, fu sospeso a divinis in quanto comunista.

Iniziò così una nuova vita per Marco Bisceglia, che trovò la forza di fare coming out e non perdette occasione per far parlare di sé, nonostante l’amarezza per la rottura dei rapporti con la Chiesa e la frustrazione di dover sopportare la condizione di “esule”, o meglio di “disoccupato in cerca di patria”. Negli anni successivi investì le proprie energie su più fronti: si candidò con i Radicali alle elezioni politiche del 1979; cercò di sensibilizzare i partiti politici della sinistra storica (Psi e Pci) ai diritti civili, poiché fino ad allora si erano mostrati disattenti, se non ostili, al movimento di liberazione omosessuale; a Roma, infine, incontrò Enrico Menduni, presidente di Arci dal 1978 al 1983, che gli propose di curare l’aspetto organizzativo dell’associazione per la sezione “Diritti civili”.

Il 9 dicembre 1980 fu il giorno in cui venne commesso il tragico delitto di Giarre. Due giovani siciliani scomparvero e vennero ritrovati morti, mano nella mano, con un biglietto in cui confessavano di essersi tolti la vita perché il loro amore non era tollerato. Le indagini per ricostruire l’accaduto e per individuare un ipotetico colpevole proseguirono fino alla confessione del nipote dodicenne di uno dei due giovani, che rivelò di essere stato costretto dai due ragazzi a compiere il gesto. Il caso fu archiviato.

Il tragico epilogo della vicenda commosse Bisceglia, spingendolo a proseguire la sua battaglia a fianco del movimento di liberazione omosessuale. Rafforzò la sua collaborazione con l’Arci per iniziare a dedicarsi più approfonditamente alle problematiche legate alla comunità LGBT, così che non potesse più ripetersi ciò che era successo a Giarre. Abbracciò la causa sostenendo che “non agli omosessuali è destinato l’inferno, ma a chi li emargina, li insulta, li deride, li spinge alla disperazione e al suicidio”, come aveva ricordato in articolo comparso sul Corriere della Sera il 17 maggio 1975.

Il 9 dicembre 1980, dunque, da un’iniziativa promossa da Marco Bisceglia, con l’aiuto di Nichi Vendola, un giovane obiettore di coscienza agli inizi della sua carriera politica, nacque informalmente l’associazione Arci-Gay. Il 22 maggio 1981, sotto la guida di Bisceglia, Massimo Milani, Gino Campanella e altri sei volontari, sorse legalmente l’associazione Arcigay, primissimo nucleo di quella che sarebbe diventata la più importante organizzazione per i diritti LGBT in Italia.

Bisceglia fu il promotore di questa nuova realtà associativa e ambì a estenderne i confini, perché assumesse un respiro nazionale. A tal fine cercò di entrare in contatto con i vari gruppi, all’epoca autonomi e non centralizzati, con lo scopo di poterli federare in Arcigay.

A fronte delle prime adesioni, l’iniziativa del prete incontrò anche delle opposizioni, prima tra le quali quella del Circolo di Mario Mieli, apripista dei gruppi gay “autonomi”, scettici verso l’idea di un’organizzazione nazionale e centralizzata, perché ancora scottati dall’esperienza del “Fuori!”, scioltasi nel 1982.

La situazione parve mostrare un primo bagliore di speranza quando Bisceglia ottenne l’appoggio, dopo lunghe trattative, del Circolo 28 Giugno di Bologna. La vicinanza di una realtà LGBT come quella bolognese, che possedeva sede, militanti e fondi propri, rese possibile la realizzazione di un più solido e concreto progetto.

Nel marzo 1985 venne fondato Arcigay nazionale, con sede a Bologna. Al congresso fondativo, però, parteciparono solo uomini, dato che il movimento lesbico praticava ormai da anni il separatismo.

Dopo questi successi Bisceglia cominciò ad allontanarsi dal fronte di battaglia, soprattutto a causa di problemi di salute che resero molto difficili i suoi ultimi anni di vita. Si scoprì malato di AIDS, si allontanò progressivamente dal mondo gay e si riavvicinò alla chiesa cattolica fino alla morte, che lo colse il 22 luglio 2001.

L’impegno di Bisceglia fu esemplare per la volontà di dare voce alla causa omosessuale in un’epoca e in un contesto sociale, quello siciliano, ancora pervasi da ignoranza e pregiudizio. Tutta la sua carriera, le sue attività, rappresentarono un fondamentale punto di svolta, testimoniato dall’esito quasi rivoluzionario delle sue iniziative, capaci di gettare le basi, anche attraverso i momenti di crisi, per gli sviluppi futuri del movimento di liberazione omosessuale.

Uno slittamento di prospettiva geografica, dal territorio siciliano al capoluogo emiliano, permetterebbe di misurare l’importanza del ruolo ricoperto in quegli anni dai gruppi LGBT bolognesi, che appoggiarono anche il proselitismo di Bisceglia e l’Arcigay di Palermo.

Gli anni ’80 in Italia, e soprattutto a Bologna, videro i primi tentativi di instaurare un dialogo costruttivo con le istituzioni locali, al fine di disporre di spazi in cui poter avviare le proprie attività. La storia del movimento gay bolognese iniziò nel ’77 e si inserì nella polveriera dei moti studenteschi, a seguito dell’omicidio dello studente Francesco Lorusso.

Un gruppo di omosessuali formò in quegli anni il Collettivo Frocialista, guidato da Samuel Pinto, uno studente cileno fuggito dalla dittatura di Pinochet. Inizialmente si riunirono in una sezione del Psi in via Castiglione, ma ben preso sorse spontanea l’esigenza di disporre di una sede propria, sicura e autonoma; si decise di rivolgersi al Comune. Fu allora che il Collettivo, per una questione di credibilità e di serietà istituzionale, si nominò Circolo XXVIII Giugno, presentando l’ambita richiesta al sindaco della città.

La sorte si rivelò favorevole per i giovani omosessuali bolognesi, perché la giunta comunale, che aveva un cuore che batteva a sinistra, promise una sede e degli spazi sulle bacheche, immediatamente rinominate “bachecche”. La vera rivoluzione partì nel 1982, quando, grazie all’interesse di due giovani assessori del Pci (Sandra Soster e Walter Vitali), il Cassero di Porta Saragozza venne assegnato ai ragazzi del Circolo.

La presa di Porta Saragozza fu una vera conquista, ma non fu subito una vittoria. Scoppiarono le prime polemiche, prima da parte dell’Arci e di Legambiente, poi da parte delle schiere religiose che si sentivano offese dal fatto che i gay “potessero varcare la soglia di un luogo sacro”, come ricordava la targa in onore alla Madonna di S. Luca, rinvenuta il 7 aprile di quell’anno.

Le polemiche che ne seguirono generarono un certo scompiglio, ma non misero completamente in discussione la decisione della giunta comunale: il Cassero era dei froci. La consegna delle chiavi avvenne il 28 giugno 1982 e diede inizio a una stagione di battaglie, di iniziative e attivismo, destinata ad assumere un posto privilegiato nella storia del movimento LGBT bolognese e italiano.

A celebrare la memoria delle gesta eroiche del movimento LGBT bolognese intervenne Andrea Adriatico, regista abruzzese, trasferitosi a Bologna nel 1985 per studiare al Dams, poi laureatosi in Architettura, che nel 2015 realizzò un documentario, “Torri, checche e tortellini”, in cui ripercorse la storia del Cassero di Bologna, dalla presa di Porta Saragozza al trasferimento alla Salaria nel 2002.Il regista portò in scena i momenti e i protagonisti che diedero visibilità al movimento di liberazione omosessuale, contribuendo a fare della città di Bologna la pietra miliare dei diritti civili in Italia, una realtà in cui essere omosessuali non fosse più una colpa. Per questo, già all’epoca, Bologna era una delle mete più ambite dagli omosessuali italiani.

Le vicende che caratterizzarono l’esperienza della città nel corso degli anni contribuirono a definire un paradigma socio-culturale molto più aperto, tollerante e sensibile alle questioni LGBT; una città che, ancora oggi, possiede un primato rispetto alle altre città italiane e conserva una storia che, come quella dell’Arcigay di Palermo, deve essere riportata continuamente alla memoria collettiva.


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