Il primo Pride fu una rivolta. La storia del movimento LGBT+ è la storia di una lotta iniziata in un bar in Christopher Street. Una lotta collettiva che incrocia la biografia di due amiche, una donna trans ispanica ed una drag queen nera, Sylvia Rivera e Marsha P. Johnson.

La condizione d’esistenza di Marsha, a quell’altezza, richiedeva una lotta per emanciparsi da discriminazione e marginalizzazione: nera, queer, povera, sex worker e soggetta a malattie mentali. Nata Malcolm Michaels in una famiglia della classe operaia di Elizabeth (New Jersey), Marsha cresce mostrando rapidamente la propria fluidità attraverso l’espressione di genere.

All’età di 5 anni iniziò ad indossare abiti femminili, attirando su di sé lo scherno e le angherie degli altri bambini. Le continue violenze costrinsero Marsha a rientrare forzatamente nei binari di genere, ma neanche questo le impedì di subire uno stupro negli anni della sua prima adolescenza. La decisione di fuggire da una società provinciale e restrittiva portò al trasferimento a New York, finita la High School, dove giunse con soli 15$ e una borsa colma di vestiti – femminili, ovviamente.

 Abbandonata una provincia che aveva costretto Michael a dismettere gli abiti da donna, la grande metropoli le permette ora di cucirsi addosso un nuovo abito, un alter ego che col passare degli anni si sostituirà completamente al suo vecchio io: Black Marsha. Come Johnson negli anni a New York alterna il proprio nome di battesimo con l’identità di Marsha, così il suo lavoro oscilla tra le esibizioni drag con il gruppo ‘Hot Peaches’ e l’attività di sex worker al Dixie Hotel.

Pur usando pronomi femminili, non si è mai identificata come transgender: si definiva gay, travestita e drag queen. Marsha arriva in una New York ancora impegnata a criminalizzare e perseguire le attività delle persone LGBT+: le coppie dello stesso sesso non potevano ballare in pubblico, il cross dressing era soggetto a sanzioni e la violenza degli organi di polizia era all’ordine del giorno. In un contesto di enucleazione, le persone marginalizzate intrecciano rapporti di amicizia e sommano le poche forze individuali per creare un potere collettivo. 

È in questo contesto che Marsha P. Johnson stringe un legame d’amicizia con Sylvia Rivera. Le due donne ‘POC’ e transgender si trovano allo Stonewall Inn quando, il 28 giugno 1969, la polizia fa irruzione arrestando 13 persone. I racconti sull’inizio della rivolta divergono: ad iniziare la sommossa fu Sylvia, lanciando la bottiglia contro un poliziotto, o piuttosto Marsha, lanciando una pietra.

Racconto di cronaca e ricordo poetico di un gesto di liberazione radicale si fondono e si confondono dunque nella celebrazione di Sylvia, Marsha e tutte le persone che in quell’occasione, alle porte dello Stonewall Inn, hanno acceso la miccia di una rivolta che ha dato inizio alla rivoluzione LGBT+.

La storia della nostra rivoluzione è fatta di collettività, non di singolarità. La struttura patriarcale del potere colloca ai vertici della Storia singoli uomini forti, capaci di generare società belluine e opprimenti. Ad esse, sin dagli inizi, i movimenti sociali hanno saputo opporre il potere di gruppi inclusivi, democratici e collettivi: la rivolta di poch* allo Stonewall Inn è stata ed è la liberazione di tutt* noi ancora oggi.

Quel giorno i rivoltosi scesero in strada e continuarono a protestare a intermittenza per le sei notti successive. Bottiglie, pietre, lampioni distrutti, macchine divelte: al grido di ‘Gay power’ le persone iniziarono a reclamare i propri diritti, in un’ondata la cui eco continua ancora oggi.

Ad un anno dall’episodio dello Stonewall Inn, Sylvia e Marsha fondano lo STAR (Street Transvestite Action Revolutionaries), associazione che si impegna a fornire una casa alle persone trans cacciate di casa. Nel corso degli anni successivi Marsha continua a operare in prima linea contro l’oppressione della polizia, per i diritti dei prigionieri, delle sex workers e delle persone affette da HIV/ AIDS.

Nonostante il temperamento sempre gioioso e leggero, la frustrazione dettata dalle continue ingiustizie ha avuto effetti sulla salute di Marsha: dopo il 1970, subì infatti numerosi crolli emotivi che la costrinsero a ripetuti ricoveri in istituti psichiatrici.

Anche la precarietà della sua salute mentale riflette oggi l’immagine di un’eroina forte e tenace, ma soprattutto di una compagna umana e fragile: nella Chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Hoboken poteva essere spesso sorpresa in atto di preghiera ai piedi della Vergine Maria.

Nel luglio 1992, il suo corpo fu trovato nel fiume Hudson: la causa della morte fu rapidamente liquidata come suicidio. Pochi mesi dopo, tuttavia, le autorità decisero di riclassificare tale causa e, purtroppo, ancora oggi la questione della sua morte rimane insoluta.

Il ricordo di Marsha è prima di tutto un forte monito all’intersezionalità. La sua storia è la testimonianza concreta di come tutto il movimento LGBT+ debba riconoscere il coraggio della ribellione di donne trans nere e ispaniche:

“Non esiste orgoglio per alcun* di noi, se non avviene la liberazione di tutt* noi’”.

M. P. Johnson

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