Nato nel 1930 a Woodmere, New York, da una famiglia ebraica di discendenza lituana, Harvey Bernard Milk non sembrava mostrare una particolare propensione verso qualcosa di specifico. Dalla laurea in matematica presso l’Albany State College fino al servizio militare (1951-1955), dagli anni d’insegnamento a Long Island fino ai lavori a Wall Street, Harvey sembrava attraversare la vita senza rincorrere una meta precisa. 

Il suo girovagare, infine, lo porterà a essere il primo funzionario di governo apertamente omosessuale della storia degli Stati Uniti, nonché una delle figure di maggior prestigio all’interno della comunità LGBTQ+ statunitense. 

Il decennio compreso fra gli anni ’60 e gli anni ’70, caratterizzato dalle numerose proteste contro la guerra nel Vietnam, rappresentò per Harvey l’occasione di costruzione ed espressione di una più matura coscienza politica. All’inizio del decennio successivo, si trasferì insieme al compagno Scott Smith nella città californiana, più precisamente nel quartiere LGBT del Castro. Qui, i due decisero di aprire, nel 1973, un negozio di fotografia, Castro Camera, investendo i loro ultimi mille dollari in quello che sarebbe diventato il cuore del distretto e della campagna di Harvey. 

Sin dall’inizio, Milk si spese per la comunità del quartiere. Sembrava che finalmente avesse trovato la sua meta: prima ancora della sua candidatura, si autoproclamò “sindaco del Castro”, e il titolo rimase impresso nella mente e nel cuore degli abitanti. 

Il 1973 fu un anno indaffarato per il futuro consigliere: dopo l’apertura del suo esercizio, si candidò per la prima volta al Consiglio Comunale, uscendone sconfitto. Quello stesso anno, fondò la Castro Village Association, associazione di commercianti LGBTQ+ al tempo unica nel suo genere. L’associazione nacque in occasione del tentativo, da parte di diversi commercianti della zona, di impedire a una coppia omosessuale di aprire il loro negozio di antiquariato, e fece da modello per gran parte delle associazioni di lavoratori appartenenti alla comunità LGBTQ+ fondate successivamente. 

L’anno successivo organizzò la prima Castro Street Fair, iniziativa volta a esprimere lo spirito del quartiere e ad attrarre nuovi potenziali clienti per gli esercizi della zona. La festa attirò sin dalla prima edizione una grande quantità di persone, e ha tutt’oggi luogo nel quartiere del Castro ogni prima Domenica di Ottobre. 

Anno 1975, la seconda candidatura e la seconda sconfitta, seppure con uno scarto minimo di voti. Il consenso si addensava in quantità sempre maggiore attorno a questa nuova figura designata di portavoce della comunità LGBT: in quello stesso anno, il sindaco George Moscone lo assegnò alla Board of Permit Appeals, rendendolo così il primo funzionario comunale apertamente gay degli USA. 

Finalmente, nel 1977, la svolta: la proposta di Moscone, che prevedeva l’elezione su base distrettuale e non più cittadina per i Consiglieri comunali, divenne legge. Harvey non aveva più bisogno del voto di tutta San Francisco ma solo di quello del Distretto 5, di cui faceva parte il Castro. Sulla scia di questo cambiamento procedurale, si assistette dunque alla campagna elettorale più eclettica che San Francisco abbia mai visto. 

Tutta la campagna ebbe origine dal retro polveroso di Castro Camera: l’organizzatrice, Anne Kronenberg, era una “ragazzetta punk di ventitré anni che non sapeva nulla di campagne, se non che le amava”, come lei stessa si definisce; l’assistente, una ragazzina di undici anni del vicinato. Harvey era sempre in giro a stringere mani e distribuire volantini, mentre i suoi volontari agitavano i cartelli col suo nome ai bordi delle strade più trafficate. 

Il giorno delle elezioni, Harvey Milk divenne uno dei cinque consiglieri comunali di San Francisco; con lui Carol Ruth Silver, femminista e madre single, Gordon Lau, sino-americano, Ella Hill Hutch, afro-americana, e Dan White, ex poliziotto e pompiere, occorsero a comporre uno dei Consigli più diversificati della storia della città. 

La prospettiva di riforma di Harvey aveva ampio spettro, dall’abbattimento dei costi degli asili al riutilizzo di vecchie sedi militari riconvertite in case popolari, dai diritti degli anziani al trasporto pubblico gratuito. Ogni minoranza trovava voce presso la politica di Harvey, fervido sostenitore delle coalizioni. 

“Credo sia vitale che le minoranze etniche, i gay, il movimento femminista, tutti si uniscano per formare una coalizione che possa influenzare il corso di questa città”.

(The Times of Harvey Milk. Dir. Epstein. 1984. Intervista ad Harvey Milk) 

La battaglia più importante e complessa del suo mandato fu senz’altro quella contro la Proposition 6, una proposta avanzata dal Senatore John Briggs che avrebbe permesso il licenziamento di tutti gli insegnanti dichiaratamente gay o simpatizzanti. Erano anni in cui ogni provvedimento relativo ai diritti delle persone omosessuali veniva respinto, anni di proteste inascoltate, e la vittoria di Harvey e dei suoi alleati contro la Proposition 6 accese, finalmente, un barlume di speranza: l’ondata di dissenso sollevata dall’opposizione fu tale da spingere il presidente Carter ad esprimersi pubblicamente contro la Proposition 6. 

Poco più di un mese dopo la vittoria, però, una tragica battuta d’arresto: Dan White, ex Consigliere Comunale, si introdusse armato nel municipio di San Francisco da una finestra non sorvegliata e uccise nei loro uffici George Moscone e Harvey Milk, sparando rispettivamente tre e cinque colpi. Era il 27 Novembre del 1978. 

All’inizio dello stesso mese, il 10 Novembre, White aveva presentato le sue dimissioni dal Consiglio Comunale per poi ritirarle quattro giorni dopo, sotto la pressione dei suoi sostenitori. Tuttavia, pur rinunciando al suo ruolo, White avrebbe potuto nuovamente ricoprire l’incarico per delibera del Sindaco Moscone, in sede di nomina del nuovo Consigliere. Milk e altri consiglieri, facendo a loro volta pressione su Moscone, cercarono di scongiurare quest’eventualità, riuscendo infine nell’intento. Il giorno della sua uccisione, infatti, George Moscone avrebbe annunciato un altro nome per il seggio vacante all’interno del Consiglio Comunale. 

La sera del 27 Novembre 1978, San Francisco si riversò per le strade in una fiaccolata pacifica, quella che Sally Gearheart, assistente di Harvey all’interno dello United Fund to Fight the Briggs Initiative, definì “l’espressione più significativa della reazione di una comunità alla violenza”. Gearheart continua:

“Credo che noi, lesbiche e gay e tutte le persone etero che stavano marciando con noi – e ce n’erano a centinaia – credo che abbiamo mandato un messaggio alla nazione riguardo a quella che era stata la nostra prima, immediata reazione. Non violenza, ma un certo rispetto per Harvey, e un profondo, profondo senso di rimpianto […]”.

(The Times Of Harvey Milk. Intervista a Sally Gearheart) 

Mentre la comunità piangeva i suoi morti – “Anche Moscone era stato nostro amico” (Gearheart) –, Dan White si consegnava alla medesima stazione di polizia presso cui aveva lavorato in precedenza. 

Con testimoni oculari ad inchiodarlo e una confessione ottenuta dalla polizia durante la sua custodia, il verdetto sembrò scontato. Tuttavia, il procedimento di selezione della giuria mise in allarme i sostenitori di Milk e Moscone: fra le fila dei giurati non furono ammessi membri della comunità LGBTQ+ o individui di visioni politiche vicine a quelle di Harvey. Molti sono convinti che questo pesò enormemente sull’esito del processo. 

L’accusa, infatti,portò in aula la registrazione della confessione di White, nella speranza di fugare ogni dubbio sulla sua colpevolezza. Parte della giuria, invece, fu spinta a provare solidarietà per il giovane che, nella registrazione, lamentava di essere stato sottoposto a enormi pressioni, al punto da non reggerne più il peso. 

La difesa, d’altro canto, ambiva a smentire una potenziale accusa di premeditazione, di modo che White non fosse qualificabile per la pena capitale. Si appellarono, dunque, al passato dell’imputato nelle forze dell’ordine: sostennero che portasse la pistola per autodifesa – argomentazione comprovata dal fatto che diversi altri Consiglieri, fra cui la presidentessa del Consiglio Diane Feinstein, facevano lo stesso – e che i metal detector installati di recente all’ingresso del municipio giustificassero l’ingresso dalla finestra da cui era entrato White, rendendo dunque le sue azioni prive di premeditazione. Quando interrogato dai media sul perché avesse ricaricato la pistola fra un’uccisione e l’altra, il suo avvocato difensore, Douglas Schmidt, attribuì tale gesto all’abitudine di un ex poliziotto. Infine, la difesa si appellò al fatto che White non fosse in pieno possesso delle sue capacità mentali, il giorno dell’omicidio multiplo, a causa di un forte stato depressivo, aggravato dal consumo eccessivo di cibo spazzatura. White, dunque, non era più imputabile di una condanna per omicidio di primo grado, ma solo per omicidio colposo. 

Il processo giunse a termine dopo quattro giorni di consultazione da parte della giuria: Dan White fu condannato a sette anni, dei quali avrebbe scontato solo cinque. 

La risposta collettiva al verdetto arrivò la sera stessa. Una folla di circa 6.000 persone, partita come una marcia pacifica dal quartiere del Castro, si accalcò davanti al municipio di San Francisco, dove esplose la rabbia di un’intera comunità, nonostante i tentativi di molti – fra cui Scott Smith, partner di Harvey – di placare gli spiriti. 

Con l’arrivo della polizia la situazione non fece che peggiorare: circa 140 persone rimasero ferite, tra poliziotti e manifestanti, negli scontri che ne seguirono; diverse macchine della polizia vennero date alle fiamme e un bar gay del Castro subì una violenta retata non autorizzata, diverse ore dopo la fine dei disordini. 

Le White Night Riots di quella notte furono la prima e ultima manifestazione di violenza da parte della comunità di San Francisco. Il giorno dopo, il Consigliere comunale Harry Britt, che aveva preso il posto di Milk, affermò durante una conferenza stampa: “La gente di Harvey Milk non ha nulla di cui scusarsi. Adesso la società dovrà avere a che fare con noi non in quanto fatine a modo che fanno le parrucchiere, ma in quanto persone capaci anche di violenza. Non sopporteremo mai più altri Dan White”. 

Sarebbe stato il quarantanovesimo compleanno di Harvey Milk, e quello stesso giorno ebbe luogo una manifestazione autorizzata e pacifica, in memoria della sua vita, a cui parteciparono approssimativamente 20.000 persone. 

La National March on Washington for Lesbian and Gay Rights, del 14 Ottobre 1979, registrò un’affluenza stimata fra le 70.000 e le 125.000 persone, e si riempì di foto di Milk e cartelloni in sua memoria. Harvey, in passato, aveva contribuito in prima persona al comitato organizzativo della marcia, nonostante le diverse difficoltà affrontate; dopo la sua morte, la comunità decise di stringersi, ancora una volta, intorno al nome di Harvey Bernard Milk.


0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *