22 Febbraio 2020: questa la data in cui si tornerà al tavolo delle trattative per la vita di Patrick George Zaky.

Sono passati quattro giorni dall’arresto di P. Zaky, studente egiziano iscritto al Master in Studi di genere e delle donne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, arrestato in Egitto. Il mandato di arresto è stato emesso nella notte tra il 7 e l’8 Febbraio all’aeroporto del Cairo, in cui era appena atterrato per un soggiorno di vacanza. Studente di un corso che pone il proprio focus sulla questione dei diritti umani, Zaky è anche conosciuto come attivista in numerose battaglie LGBT+ e per la tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inalienabili delle persone oppresse.

Tre anni fa, infatti, inizia a collaborare con una nota organizzazione per i diritti del proprio paese, l’Egyptian Initiative for personal rights, impiego prolungatosi fino a poco tempo prima della sua partenza per Bologna. Un profilo tenace che non ha mai smesso di battersi per ciò in cui ha sempre creduto, neppure in seguito al colpo di stato militare che portò al potere al-Sisi nel 2013, alimentando un regime repressivo che procedette rapidamente a mettere a tacere giornalisti, critici e dissidenti. È in questi anni che si delinea il volto disumanizzante della strategia della tensione adottata dall’Egitto, che farà della violenza coatta sui corpi un efficace strumento per l’instaurazione del regime. Un Paese non ancora pronto per una democrazia – queste le parole di al-Sisi per legittimare la sua candidatura nel 2018, dopo un’ondata repressiva che allontanò gran parte delle persone candidatesi all’opposizione.

Degli spostamenti e delle poche tracce di cui siamo attualmente in possesso, sicuramente essenziale è risultato l’impegno e l’attivismo esercitati dai suoi avvocati. In queste circostanze sono emersi ulteriori particolari, tra cui le parole riportate dalla stampa locale, notizie che documentano le 24 ore in cui Patrick è rimasto bendato, torturato e sottoposto a elettroshock. Il principale capo di accusa con cui l’ambasciatore egiziano ha legittimato l’arresto è di terrorismo e diffusione di false notizie, reputate false in quanto manifestano la resistenza politica di Patrick contro le posizioni del regime; questa la base della presunta inchiesta aperta su di lui dalle autorità egiziane a partire dal 23 Settembre.

L’ultimo appello di Zaky alla comunità internazionale e all’Italia risale all’11 febbraio, giorno in cui la sorella gli ha fatto visita in carcere: «Chiedete alle persone di continuare a supportare la mia causa, perché è l’unico modo per proteggermi». I numerosi hashtag condivisi sui social, che recitano “Patrick libero”, stanno avendo un forte impatto mediatico, sollecitando in prima istanza le istituzioni italiane ed europee. Il portavoce del Servizio Europeo per l’azione esterna (Seae), Peter Stano, ha dichiarato che si sta valutando il caso e tutto quel che ne concerne con la delegazione europea al Cairo e «se sarà necessaria un’iniziativa, l’Unione sosterrà in pieno le autorità italiane».

Ad evidenziare l’emergenza della situazione è intervenuto anche il consiglio comunale bolognese, il quale ha approvato, ieri, un ordine del giorno che porti la Giunta a sollecitare il Governo e il Parlamento italiani a fare appello al governo egiziano, perché quest’ultimo si impegni a fornire tutte le informazioni sulla condizione dell’attivista e ad aprire una strada verso il suo rilascio.

Il cosiddetto primo cittadino, Virginio Merola, ha apertamente dichiarato inaccettabile l’arresto di Zaky, legato ad un’opposizione ideologica al regime, ribadendo dunque la priorità della città di Bologna e dell’Alma Mater a tutelare la dignità di ogni individuo, quindi l’impegno politico e civile per la salvaguardia dello studente; la salvaguardia di uno studente, un attivista, che ha fatto della ricerca lo strumento essenziale per la tutela delle pari opportunità, in favore degli oppressi e di tutte le minoranze che ancora risiedono ai margini delle società contemporanee.


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